Rivoluzione Transpersonale?

Rivoluzione transpersonale?

Sono affascinato dal termine transpersonale.

Affascinato, non attaccato.

Si tratta di un amore di lunga data, fin dai tempi in cui, in Brasile, conobbi Pier Weill nei primi anni ottanta.

Pier Weil era uno dei grandi vecchi della Psicologia Transpersonale che, primo tra tutti, anche dei suoi colleghi Californiani, come Maslow, Grof, Wilber, etc. (gli stessi fondatori del movimento), insegnava psicologia transpersonale avendo una cattedra all’Università Federale di Minas Gerais a Belo Horizonte.

Per vent’anni in Brasile portai avanti ricerche interiori e sul campo, esplorandone le sue varie anime, da quelle più arcaiche magico-superstiziose, a quelle più autentiche ad impronta sciamanica a quelle più sofisticate come la Psicotranseterapia, di Mendez, l’Analisi Parapsicologica di Leite Naves, il Cosmogramma, dello stesso Weil.

Nei primi anni novanta conobbi Stan Grof, il quale mi invitò in qualità di relatore a Manaus al convegno dell”international Transpersonal Association da lui organizzato dal titolo “Technologies of the Sacred”.

Da allora la mia frequentazione del mondo transpersonale è continuata ininterrottamente e mi ha dato modo di conoscere diverse metodiche ad approccio transpersonale e instaurare rapporti di collaborazione e amicizia con esponenti del movimento in oltre trenta paesi.

La mia predilezione per il termine transpersonale persiste soprattutto per il suo carattere laico, transculturale, aconfessionale che lo candida come metà-modello in grado di abbracciare e includere nel suo ambito di riferimento, lungi dal volere imporre ad essi un’etichetta, tutti coloro che attraverso le vie più svariate sono in cammino verso la realizzazione spirituale di Sé.

A chi s’interroghi sul significato del termine transpersonale potremmo rispondere che, semplificando, la sua dimensione inizia un minuto dopo che si resta ad occhi chiusi e in silenzio, dentro se stessi.

Se restiamo al cospetto di noi stessi facilmente possiamo accorgerci che l’esperienza interiore, è di natura transpersonale cioè, va oltre il nostro io, la nostra personalità cosciente.

In silenzio, ad occhi chiusi, dentro noi stessi risulta evidente che come ci ricorda Wilber:Quello che Io credo di essere, cioè la mia auto-identità, dipende da dove traccio la linea di confine.”

Quando dico “Io sono questo”, contemporaneamente affermo anche che “non sono quello”, traccio un confine e mi sistemo da una delle due parti.

Quando invece non metto il limite, mi accorgo che il limite non c’è.

Io, semplicemente sono. Questa comprensione, paradossalmente, mi riporta a casa, mi consente di ritrovare me stesso. Potrò allora concordare con Ram Dass: ” Siamo tutti prigionieri della nostra mente, accorgercene è il primo passo verso la liberazione.”

E mi metterò in viaggio, mi assumerò la responsabilità rispetto a me stesso, non delegherò a nessun altro il cambiamento, partirò da me, la mia personalissima rivoluzione transpersonale avrà inizio.

Facciamo un esempio:

Ai nostri giorni la percezione comune è di vivere in tempi di crisi.

La realtà consensuale rinforza questa convinzione incombendo su di noi da ogni parte con i suoi dati economici: la perdita di posti di lavoro, la stagnazione della crescita, il calo della produzione, il disagio giovanile, il suicidio di imprenditori vessati dalle imposte. Lo scenario internazionale ci offre un panorama ancora più sconcertante: venti di guerra soffiano alle soglie dell’Europa, decine di migliaia di disperati solcano i mari per bussare alle porte del mitizzato, primo mondo, la minaccia fondamentalista semina terrore e morte nei paesi arabi diffondendo in modo preoccupante la sua influenza oscurantista tra le popolazioni di un continente allo stremo, come quello africano. Dove non arrivano i fondamentalisti ci pensano la fame, le epidemie, le guerre tribali, l’ignoranza.

Il primo mondo è soffocato da lobbies di potere, ai vertici del mondo sembra stendersi una ragnatela d’intrecci politico-finanziari-massonici tessuta da un gruppo ristretto di famiglie onnipotenti.

La cultura è scaduta a prodotto di consumo, ciò che ha valore non vende, il mercato domina sovrano sulle scelte di investitori privati o pubblici amministratori.

Tutto insomma, all’apparenza ci parla di crisi.

Sul piano di Realtà, sul palcoscenico della nostra età post-moderna si rappresenta il dramma del decadimento, uno spettacolo che ha ormai raggiunto il record di repliche.

Useremo il termine prima attenzione per definire lo sguardo che, dalla gabbia della nostra mente, offuscata dal giudizio, coglie la Realtà apparente appena descritta.

Cercheremo di dimostrare che la storia dell’umanità è storia della prima attenzione, quindi di uno sguardo imprigionato, e che ai nostri giorni siamo in prossimità di un salto di coscienza epocale. Sempre più persone sono vicine ad accorgersi della gabbia, sono pronte per il salto in quella che chiameremo una Seconda Attenzione, figlia dell’osservazione consapevole, in grado di cogliere le identificazioni che ci imprigionano nel giudizio.

Un po’ di storia

Il paradigma della fede.

Unica luce nelle tenebre dell’irrazionale fu rappresentata per molti secoli dalla religione.

Con la nascita del pensiero religioso l’uomo comincia a cercare un significato alla sua esistenza. Da allora la storia dell’uomo coincide con la storia delle spiegazioni, cioè di giudizi, che egli ha cercato di dare di se stesso e della natura circostante. Rudimenti di paradigmi cominciano a declinare la conoscenza.

La mente estatica dello sciamano realizzava l’esperienza diretta del divino riconoscendo nella natura divinità e demoni che abitavano il mondo e lo piegavano al loro volere. Ad essi non restava che adeguarsi ed ingraziarseli con cerimonie e sacrifici. La spiegazione stava nel mito attraverso il quale veniva ordinato il mondo. Il paradigma mitologico regnò incontrastato per millenni. Poi Dio venne sistemato nell’alto dei cieli e si fece unico. Nacquero le grandi religioni monoteistiche ed i grandi sistemi filosofici che spiegarono il mondo alla luce di principi unificanti. In occidente, dalla nascita di Cristo al rinascimento, la storia della spiegazione coincide con la storia della Chiesa. All’uomo non era dato porsi domande perché tutte le risposte erano già state date, la chiesa ne era la depositaria ed unica interprete. Il paradigma della fede condusse l’umanità attraverso la notte della coscienza fino al medioevo. E venne la riforma, che pretese la restituzione della coscienza all’uomo espressione di un processo che, sul versante laico, significò la nascita della scienza. Fu necessario quello che potremmo definire un compromesso storico ante litteram perché la chiesa concedesse all’uomo di indagare la natura: Cartesio dovette impegnarsi ad occuparsi solo della res extensa, la materia e a lasciare la res cogitans, la coscienza, sotto la giurisdizione della chiesa.

Nel mondo moderno, all’indigeno si sostituì l’indagine, all’esperienza estatica la misurazione. L’incanto estatico, magico ed inquietante dello sciamano, venne definitivamente ricondotto nel grembo rassicurante della ragione. La natura smise di animarsi di divinità protettrici o terrifiche per farsi luogo di dominio, controllo e sottomissione.

Gli storici collocano la nascita del Sé moderno a cavallo di due eventi decisivi che costellano, come ci ricorda Tarnas quello straordinario secolo e mezzo che va da Leonardo, Colombo, Lutero e Copernico a Shakespeare, Montaigne, Bacone, Bruno e Galileo, passando da Giotto, Michelangelo, Donatello e Raffaello, tra gli altri.

I due eventi sono, il Discorso sulla dignità dell’uomo di Pico della Mirandola nel 1486 e il Discorso sul metodo di Cartesio nel 1637.

 

Il Paradigma della Ragione

Si dipanarono così tre secoli di scienza saldamente radicati nel paradigma cartesiano, appunto. Secoli nei quali la materia era l’unica realtà e la coscienza un fantasma, un artefatto da escludere come non significativo. Il mondo disegnato da Newton era un mondo popolato di oggetti fisici il cui moto era regolato da leggi meccaniche di causa- effetto e si svolgeva in un tempo ed in uno spazio assoluti. Ogni reazione fisica doveva avere una causa fisica spiegabile oggettivamente. Alle verità assolute metafisiche si sostituirono verità scientifiche, misurabili e verificabili.  Il metodo scientifico moderno dette così un impulso straordinario al progresso tecnologico che passando per elettricità, meccanica, telefono, cinematografia, radiografia etc. condusse l’umanità all’era di internet, dello scudo spaziale, dell’ingegneria genetica e della risonanza magnetica.

Ma la graduale e inesorabile affermazione del pensiero razionale sulla mente estatica, ha prodotto nel corso dei secoli il consolidamento di una cultura basata sull’espropriazione e lo sfruttamento della natura, a scapito dell’antica cultura della condivisione fondata sull’armonia con le leggi della natura e l’esperienza diretta dell’unità del vivente.

L’espulsione dell’anelito all’estasi dalla coscienza collettiva, perpetrato dalla mente razionale ha prodotto l’irruzione nella coscienza della morale sessuale coercitiva, come la definisce Reich. Ne derivarono il conseguente disprezzo per le leggi naturali, la colpevolizzazione del piacere, il controllo e l’asservimento della natura al profitto personale, la perdita del senso di sacralità dell’esistenza, la negazione dell’esperienza interiore a favore dell’esperienza intellettuale, la tirannia del controllo sulla fiducia, del pensiero sull’immaginazione, del ragionamento sull’intuizione, e cosi via fino alla sfrenata e cieca competizione dell’uomo sull’uomo dell’età moderna.

L’uomo moderno forte delle conquiste raggiunte, trova scontato che il progresso tecnologico e culturale debba procedere di pari passo con l’aumento del controllo esercitato dalla sua specie sul mondo naturale. La logica del controllo si è via  via radicata sempre più profondamente nella mente dell’uomo tanto da imporre un regime autoritario rigidamente determinato dai codici della ragione. Le intense emozioni, gli stati alterati della coscienza, la passione erotica, l’esperienza estatica della natura, l’immaginario, l’ascolto, il silenzio sono vissute dal senso comune come questioni “poco serie”, o quanto meno un po’ strane, esotiche, se non addirittura pericolose o peccaminose. La logica del controllo figlia della morale coercitiva, ha imprigionato l’individuo nell’ossessione del pieno e nel terrore del vuoto.

La nostra è una cultura piena, drammaticamente sbilanciata sul versante esteriore. Non fare è vissuto come ozio, chiudere gli occhi come dormire, silenzio come tristezza, solitudine come disagio, occuparsi di sé come segno di malattia, andare piano come inefficienza. Inoltre, come ci ricorda Grof, i trionfi più grandi di questa scienza, come l’energia nucleare e missilistica spaziale, la cibernetica, i computer e la batteriologia moderne, si sono trasformati in pericoli per la vita e incubi quotidiani.

 

Risveglio

Ad uno sguardo accorto, i paradigmi della fede e della ragione, così come sono stati declinati per secoli, mostrano la corda.

Il nostro eroe, libero dalla gabbia della mente, si accorge che non sono la fede o la ragione il problema, ma il modo con il quale la mente del piccolo uomo che è in noi se ne è appropriato.

Il problema sta nei confini. La mente ordinaria dominata dalla paura e dalla conseguente sete di potere ha mistificato la fede con la credenza e ha fatto della ragione il dittatore.

E il mondo è diventato preda di tante piccole donne e piccoli uomini, dittatori, ciascuno con la propria credenza più vera di quella del vicino, sventolata come bandiera, brandita come spada, contrabbandata come fede, elevata a dogma indiscutibile, a stampella per la propria piccolezza morale a nutrimento del proprio vuoto interiore.

Per questo, al nostro eroe in viaggio, l’affannarsi odierno per uscire dalla crisi, le strategie politico-economiche di risanamento dei conti pubblici, le misure di austerity e di rilancio della produzione, appaiono altrettanto vani, quanto la visione e i comportamenti che li hanno creati. Memore del monito di Einstein che sottolinea come non si possa uscire da un problema utilizzando la stessa mente che lo ha creato, egli potrebbe allora suggerirci il risveglio dal grande sogno collettivo della Realtà.

Da fuori la gabbia, egli vede che lo spettacolo volge al termine, il sipario sta per calare, le luci per accendersi, a breve gli attori si toglieranno gli abiti di scena, usciranno da dietro le quinte, ci si ritroverà tutti quanti, attori e spettatori nelle strade e nelle piazze, nei giardini e nei palazzi, ai mari e ai monti, nei boschi e sui fiumi o sui laghi della vita Vera. Pronti ad abituare i nostri occhi alla luce e a guardare con occhi chiari, vuoti e svegli, disposti a realizzare il fatto che, non di crisi si tratta ma di risveglio, non di stagnazione ma di rivoluzione.

 

Un modo ulteriore

“Qualunque cosa tu possa fare, falla, qualunque sogno tu possa sognare, comincia. L’audacia reca in Sé genialità, magia e forza, comincia ora,” sembra sollecitasse Goethe.

Paradossalmente lasciando il porto sicuro della credenza e della ragione – spostando il confine un po’ più in la, dall’Io Sono questo o quello, bianco o nero, cristiano o mussulmano, di destra o di sinistra, ricco o povero, italiano o americano, fino ad abbracciarli tutti, trascendendoli e includendoli nell’Io Sono – posso ri-trovare me stesso, realizzare la magia che dissolve ogni identificazione e mi riconduce all’uno, dentro me.

In questo luogo, rifuggito dal piccolo uomo che mi abita per paura della responsabilità e della solitudine, mi accorgo che sono unito a ogni cosa, in perfetta compagnia di tutti coloro che si sono messi in cammino per il risveglio, per la loro silenziosa, personalissima rivoluzione transpersonale.

Esiste un termine coniato da Leibnitz per definire quel fiume di saggezza nel quale si immerge chi lascia il porto sicuro degli attaccamenti alle proprie credenze per inoltrarsi nel viaggio eroico verso se stessi, si tratta del grande fiume della filosofia perenne. Questo grande fiume è nutrito dalle acque di tutte le principali religioni, cristianesimo, ebraismo, islamismo, induismo, buddismo, taoismo.  Sulla zattera della visione transpersonale c’è posto per tutti, a patto che si salga da esseri umani liberi, vuoti e svegli, in grado di guardare con gli occhi chiari della Seconda Attenzione, aperti a varcare i confini che si schiudono davanti a sé.

Una zattera disposta a scomparire a se stessa una volta che il fiume è stato percorso, che se interrogata risponde “Tutto è uno.”

Lungo il fiume dell’esperienza interiore, sulla zattera della dimensione transpersonale, si impara a tracciare confini e ad un tempo a riconoscere la loro illusorietà, s’impara a vedere oltre le apparenze, a cogliere un Modo Ulteriore di fare esperienza che ci svela la Verità, velata dalla Realtà. Si accede a un senso di profonda pace e tranquillità che ci fa sentire in armonia con l’universo e produce un elevato grado di comprensione di noi stessi e del mondo che ci circonda.

Un mondo che ci appare sempre più perfetto così, profondamente interconnesso, popolato da compagni di viaggio in rotta verso se stessi.

Ed è proprio la possibilità di accesso sempre più diffuso alla Seconda Attenzione l’elemento fondante, lo strumento operativo della rivoluzione, sotterranea ma inesorabile che, al pari della nascita del Sé moderno e del pensiero scientifico, sotto la spinta della rivoluzione copernicana, a mio avviso, si sta compiendo da diversi decenni a questa parte, sotto la spinta della rivoluzione tecnologica e culturale post-moderna.

Chi di noi ha superato i cinquant’anni può facilmente ricordare le sue esperienze con il catechismo in parrocchia o con il medico della mutua. La morale sessuofobia della colpa e il mito organicista del farmaco dominavano incontrastati incombendo sul nostro mondo di giovani adolescenti in formazione nubi d’impotenza e sottomissione.

Si pensi a quanto la globalizzazione dei sistemi d’informazione, la connessione in rete, la facilità degli spostamenti e della comunicazione abbia favorito in termini di religione l’accesso di milioni di persone alle antiche tradizioni spirituali dallo sciamanesimo al buddismo, dal Sufismo allo zen, al tantra e al taoismo, dall’alchimia alla cabala, fino alle più remote tradizioni hawaiane o tolteche, vietnamite o aborigene australiane. In termini di scienza, nonostante ancora il mono-pensiero organicista meccanicista, positivista, riduzionista sia dominante, assistiamo allo sviluppo collaterale di decine di approcci sia epistemologici che clinici, si pensi allo sviluppo ormai consolidato di agopuntura e omeopatia, oppure all’iridologia, all’osteopatia, alla chiropratica, alla psicosomatica, alla psico-neuro-immunologia e agli svariati sistemi di cura tradizionali come l’ayurveda o la medicina tibetana.

Chi non ricorda o non è a conoscenza del sistema educativo repressivo cui erano sottoposti i nostri padri, se non addirittura noi stessi?

Chi può negare l’atteggiamento brutale nei confronti degli animali, l’assenza totale di rispetto per l’ambiente, i diritti umani, la sicurezza sul lavoro, le abitudini sessuali delle generazioni che ci hanno preceduto?

Chi non ricorda (se ultra-cinquantenne) la norma degli schiaffi dei genitori, delle bacchettate degli insegnanti, degli animali legati giorno e notte alle catene, delle discriminazioni razziali nei confronti dei ” terroni” o dei “negri”, delle vessazioni nei confronti degli omosessuali, della precarietà igienica e di sicurezza dei lavoratori, dei rifiuti per terra, e così via?

Se riflettiamo, vediamo spuntare ancora una volta il lato paradossale delle cose. Da un lato la crisi economica e sociale, le guerre e le diseguaglianze, l’inquinamento e l’esaurimento delle risorse, dall’altro il progresso tecnologico, scientifico, eco-solidale, etico e morale, da un lato il decadimento culturale dall’altro la nascita di una nuova coscienza.

Da un lato le credenze come perversione del paradigma della fede, e la tecnocrazia, lo scientismo, la razionalità esasperata come perversione del paradigma della ragione, dall’altro la silenziosa rivoluzione delle coscienze che lentamente ma inesorabilmente sta producendo il risveglio della consapevolezza in moltitudini senza nome.

Il Modo Ulteriore ci suggerisce di cogliere ombre e luci come le due componenti complementari di un processo evolutivo che trascende se stesso in un’unità che lo comprende e lo supera, ci insegna a vedere sia sul palcoscenico che dietro le quinte, ci insegna a riconoscere che la crisi è l’evoluzione, che l’ombra è la luce.

Con lo sguardo unificante della Seconda Attenzione potremmo cogliere l’apparente crisi della società moderna come un cambio della guardia.

Sul palcoscenico della storia da molti secoli si sono divisi la scena i paradigmi della fede e della ragione – riconducibili a quella Cultura del Dominio, magistralmente descritta da Riane Eisler – mentre, quello che potremmo chiamare il paradigma della consapevolezza – riconducibile alla filosofia perenne e a quella che la Eisler definisce come Cultura della Condivisione – ha sempre contribuito alla giornata evolutiva dell’essere umano muovendosi dietro le quinte.

I tempi sembrano maturi per il debutto sul palcoscenico del paradigma della consapevolezza, meglio conosciuto come olistico- sistemico, artefice di un pensiero post-convenzionale e di una Cultura della Condivisione.

Debutto che, così come sta accadendo, non può che partire da dentro, silenziosamente, progressivamente, inesorabilmente, grazie a quella che ci piace chiamare, rivoluzione transpersonale.

Rivoluzione che non taglia teste, che non depone dittatori per sostituirli con altri, che non combatte battaglie perché è oltre la guerra, non condanna perché è oltre il giudizio, non porta risentimenti perché è oltre ogni conflitto, non attribuisce colpe perché si assume la responsabilità, non ricaccia il pensiero convenzionale delle credenze e della ragione nei sotterranei dove è stata relegata per millenni, ma per sua stessa natura, trascende e include. Trascende e include scienza e religione nella consapevolezza, credenze e ragione nell’intuizione, palcoscenico e quinte nel flusso interconnesso degli eventi, qui e ora.

Per continuare con la nostra metafora potremmo dire che il Modo Ulteriore Fuor di metafora il Modo Ulteriore scorge la nascita un nuovo essere umano consapevole che come dice Ram Dass: “Siamo tutti prigionieri della nostra mente, accorgersene è il primo passo verso la libertà.

Il Modo Ulteriore invita a guardare oltre le apparenze della Realtà e cogliere il messaggio della Verità, a chi guarda con gli occhi chiari della Seconda Attenzione, infatti ogni dato di Realtà suggerisce il risveglio nella Verità.

Il Modo Ulteriore è un elemento del grande risveglio in atto della Mente Unitiva, artefice di quella che stiamo chiamando rivoluzione transpersonale e che ora cercheremo di dimostrare.

 

Trasformazioni del Sé

In queste condizioni ottimali, ci ricorda Grof sembra realizzarsi una trasformazione profonda del Sé, riassumibile nei termini seguenti.

  • Trasformazioni della coscienza caratterizzata da cambiamenti in ogni area della percezione, associati ad intense e insolite emozioni, forti risposte vegetative e psicosomatiche, unite a profonde e spesso ineffabili modificazioni dei processi di pensiero.
  • Aumento dei livelli di acutezza introspettiva e di comprensione intuitiva intesa come: “conoscenza diretta, pronta e immediata di una verità che si manifesta allo spirito senza bisogno di ricorrere al ragionamento”. Condizione nella quale più facilmente alla domanda si svela la risposta, al problema la soluzione. Il giudizio analitico è inondato da una mole di informazioni così vasto e sconvolgente da venire messo a tacere a vantaggio di una comprensione intuitiva immediata circa i nostri problemi quotidiani, la nostra storia personale, le dinamiche interiori, il nostro carattere e comportamento interpersonale. Facilmente veniamo bombardati da un flusso di concatenazioni intuitive che ci svelano conoscenze filosofiche e metafisiche circa la natura umana e l’universo che vanno ben oltre quelle raggiungibili con il nostro grado di istruzione.
  • Ampliamento della coscienza ordinaria in modo tale che ci rendiamo conto della limitatezza dell’esperienza cognitiva intellettuale, dell’inadeguatezza della spiegazione di ordine razionale e del linguaggio verbale.
  • Maggiore integrazione dei contenuti della coscienza per la quale al nostro sguardo interiore si schiudono diversi mondi, nuovi piani di esistenza altrimenti inimmaginabili: percepiamo ad esempio il piano dell’energia vitale e la rete di flussi ed interconnessioni che percorrono il nostro organismo, possiamo vedere il colore degli organi o la forma di un’emozione, seguire gli spostamenti che compie dentro di noi il centro dell’attenzione. Ci rendiamo anche conto che ogni sensazione interna genera un’emozione ed allo stesso tempo un’immagine. Le Immagini a loro volta sono sempre associate a sensazioni ed emozioni e possono provenire dagli spazi più diversi della coscienza; possono appartenere alla nostra storia personale oppure alla natura, ai suoi esseri e alle sue forze. Possono presentare contenuti immanenti o trascendenti: cosmologici, mitologici, fantascientifici. La caratteristica che contraddistingue le visioni transpersonali e le differenzia dalle immagini mentali prodotte dai “resti diurni” è che si tratta di visioni auto-generantesi che sembrano sgorgare da una sorgente nascosta nelle profondità del nostro essere e non appartengono solo alla “mente” ma coinvolgono tutti i piani del nostro organismo grazie allo stato di fluidità e interconnessione caratteristici dell’esperienza transpersonale.
  • Numinosità, cioè comprensione della sacralità e del significato trascendente della nostra esperienza personale.
  • Intensità e varietà dell’esperienza emotiva che può andare dal rapimento estatico al terrore puro, dalla beatitudine e la rabbia cieca, al senso di colpa cosmico e l’esaltazione onnipotente, dalla disperazione più totale o la pace paradisiaca, alla confusione più inestricabile o la comprensione suprema. L’intensità di tali esperienze raggiunge livelli sovrumani e costituisce probabilmente il substrato terreno delle diverse descrizioni del paradiso e dell’inferno.
  • Aumento della capacità immaginativa: sul piano dell’immaginario all’intensità emotiva sono associate immagini, di divinità o demoni, angeli o spiriti maligni, mostri o esseri armoniosi, sabba satanici o danze celestiali, abissi o vette, colori fantasmagorici od oscurità impenetrabili, orgasmi cosmici od orge perverse.
  • Intensificazione delle sensazioni corporee. Ad ogni immagine corrisponde sul piano fisico una sensazione equivalente: strazio lacerante o leggerezza impalpabile, assenza di corporeità o pesantezza insopportabile, libertà incommensurabili o schiavitù invincibili, potenza incoercibile o debolezza estrema, senso di benessere inattaccabile o pressioni strazianti, naturalezza o disagio, apertura o soffocamento, perfetto funzionamento o nausea e vomito.
  • Modificazioni nella percezione spazio-temporali. Negli stati ampliati di coscienza tipici della dimensione transpersonale spesso il tempo si rallenta, a volte si inverte. La memoria può valicare i confini della nostra esistenza attuale per estendersi ai territori della giornata evolutiva dell’essere umano, incontrare potenti figure archetipiche di un passato arcaico, di multiformi territori mitologici o di ipotetici scenari futuri, può risalire fino alla vita intrauterina, al momento del concepimento o ancora oltre verso esperienze che sembrano provenire da quelle che due terzi dell’umanità definirebbero come “altre incarnazioni”. In certi momenti di particolare intensità l’attimo eterno sembra compiersi consentendoci di fare esperienza contemporaneamente di epoche storiche diverse con un solo atto di volontà. Per intenderci è come quando ci troviamo di fronte a diversi televisori accesi e con un solo spostamento dell’attenzione posiamo passare dall’uno all’altro. Lo straordinario è che però noi siamo anche contemporaneamente dentro ciascun programma, e non abbiamo più un corpo ma siamo pura consapevolezza. Altre volte è come se lo scorrere lineare del tempo che noi conosciamo fosse un treno dal quale, giunti in stazione, noi scendiamo, passeggiamo per il paesaggio circostante, poi ritorniamo sulla banchina per risalire sullo stesso treno dal quale eravamo scesi che, proprio in quell’istante sta di nuovo arrivando. Altre ancora ci ritroviamo a rivivere più volte la stessa scena, come Alice nel paese delle Meraviglie, ottimo campionario peraltro, di esperienze transpersonali. Allo stesso modo ci può capitare di raggiungere il punto inesteso, luogo della coincidenza di tutti i luoghi, dove ci è consentito valicare le distanze tra le cose e le persone in un batter di ciglia. Ci è consentito entrare nell’altro e vedere il mondo con i suoi occhi, sentire il suo dolore come lui lo sente, dare voce alle sue parole non dette o ai suoi sentimenti inespressi; diventare albero e sentire le nostre radici nella terra, diventare terra e sentire la forza del nutrimento o dell’accoglienza che emana dalle sue viscere, diventare l’animale e sentire in noi risvegliarsi la sua forza, la sua istintività o il suo urlo bestiale, diventare l’aria o l’oceano, il fuoco o le acque bianche di un torrente. Ci può succedere anche di sentire presenze od entità spirituali che ci abitano, i rumori della foresta o il profumo di rosa. E ci può capitare di vedere, il flusso dei pensieri o il colore della rabbia, la massa scura della malattia o la cascata radiosa dell’amore, la sagoma dell’Angelo o il volto dell’antenato, la vitalità di un cibo o la malvagità su di un oggetto.

 

La Mente Unitiva

Il termine Mente Unitiva, trova i suoi corrispettivi in numerose tradizioni.

Le diverse tradizioni esoteriche occidentali come la cabala, la tradizione ermetica, i teosofi, i rosacroce, gli antroposofi e allo stesso modo le dottrine orientali come i Veda, il buddismo indiano e tibetano, parlano dell’organismo come di un’unità costituita da diversi corpi interconnessi.

Il fisico David Bohm nel suo libro The Implicate Order  afferma che le leggi fisiche primarie non possono essere comprese da una mente che cerchi di scomporre il mondo nelle sue parti e suggerisce l’esistenza di un ordine implicato non svolto che esiste ad uno stato non manifesto e costituisce il fondamento sul quale si basa tutta la realtà manifesta, l’ordine esplicato svolto. Tale ordine esplicato presenta una realtà olografica nella quale le parti sono connesse da una stretta relazione dinamica per la quale i sistemi meno complessi contengono in sé la potenzialità dei più complessi ed i più complessi esprimono la realizzazione di tale potenzialità. Ogni sottosistema dipende in maniera irriducibile dallo stato dell’intero sistema.

Krishnamurti a sua volta sostiene la differenziazione tra mente e fondamento, dove per mente è da intendersi l’insieme dei contenuti mentali, pensieri, ricordi, immagini e per fondamento è da intendersi il contenitore ad essi sottostante al quale si accede mediante l’osservazione. Allo stesso modo il buddismo tantrico tibetano parla della vera natura della mente paragonandola allo specchio nel quale si riflettono i suoi contenuti.

Secondo Williams James, padre della psicologia americana, la nostra coscienza in stato di veglia non è altro che un tipo speciale di coscienza, affiancata da altre forme potenziali di coscienza completamente diverse.  Egli inoltre distingue tra conoscenza immediata e conoscenza concettuale o rappresentativa. Allo stesso modo Spinosa così come Henri Bergson distinguono tra intelletto e intuizione, mentre Abraham Maslow contrappone ad una conoscenza intellettuale una conoscenza fusionale.

Andrei Weil, affianca una conoscenza diretta ad un’indiretta e Norman O. Brown una conoscenza carnale ad una conoscenza dualistica. Alfred North Whitehead, il filosofo moderno che forse più d’ogni altro si è soffermato sulle due diverse modalità di coscienza ad una modalità simbolica di conoscenza contrappone la prensione vale a dire il sentire la realtà in modo diretto e non duale.

Alan Watts ricordando i risultati della ricerca di Einstein, Schroedingher, Heisenberg che affermano l’inscindibilità tra soggetto e oggetto, conoscente e conosciuto, sostiene che per comprendere profondamente la realtà è necessaria una modalità di conoscenza che con la realtà sia compatibile, vale a dire una conoscenza che non separi il soggetto che conosce da ciò che viene conosciuto.

Eddington conferma che esistono due tipi di conoscenza, che lui chiama conoscenza simbolica e conoscenza intima. Egli sostiene che le forme tradizionali di pensiero si sono sviluppate esclusivamente intorno alla conoscenza simbolica dal momento che la conoscenza profonda non si lascia codificare o analizzare e auspica una conoscenza intima della realtà che vada al di là dei simboli della scienza.

Carl Gustav Jung considera l’esperienza mistica lo strumento per l’accesso diretto al mondo archetipico ed arrivò ad indicare nell’esperienza spirituale la via maestra per guarire dalle nevrosi.  Ken Wilber suggerisce una lettura della coscienza come spettro costituito da cinque livelli in cima al quale colloca la coscienza dell’unità.

Stan Grof sottolineando la centralità dell’esperienza diretta delle dimensioni spirituali, suggerisce il termine di mente olotropica per indicare quegli stati unitari della mente che consentono la trascendenza di ogni limite della mente analitica, di ogni categoria razionale, di ogni costrizione della logica ordinaria.

Carlos Castaneda riportandoci quella che definisce la saggezza degli antichi stregoni parla di una seconda attenzione che consente l’accesso al nagual, il mondo della comprensione contrapposta alla prima attenzione che si limita al tonal, il mondo dell’illusione.

Per tornare alle tradizioni spirituali, il taoismo considera una conoscenza convenzionale subordinata ad una conoscenza naturale, il tao che consente la comprensione diretta della realtà; l’induismo oppone a una conoscenza inferiore, concettuale e comparativa una conoscenza superiore che si raggiunge intuitivamente, direttamente. L’advaita vedanta sostiene che oltre la mente si accede all’ultimo vedente, l’Atman, lo Spirito impercepibile, l’unico che può conoscere l’origine del soggetto e dell’oggetto dell’esperienza. Il misticismo cristiano con Meister Eckhart, come riporta Ken Wilber parla di un crepuscolo della conoscenza per indicare la conoscenza simbolica attraverso la quale le idee vengono percepite in modo distinto, e di un’alba della conoscenza nella quale “le creature sono percepite senza distinzioni, ogni idea è rifiutata, e tutti i paragoni si dissolvono nell’Uno che è Dio stesso”. Anche il buddismo mahayana contempla due modalità di conoscenza: vijnana e prajna, la prima caratterizzata dal dualismo tipico dei sensi e dell’intelletto, la seconda caratterizzata dall’identità tra osservatore e cosa osservata.

E potremmo continuare a lungo, la mole di dati a favore della necessità di trascendere la mente ordinaria per accedere alla vera natura della realtà è sconfinata. Ci limiteremo qui a sintetizzare le caratteristiche di quella comprensione di nuovo ordine che si svela in modo naturale e che fornisce le basi epistemologiche del nuovo paradigma. Caratteristiche che David Bohm descrive nel modo seguente:

osservare in modo ampio e aperto

(vuoto e sveglio direbbe lo Zen)

sentire le caratteristiche rilevanti

per

accedere all’insight

(percezione immediata fuori dal tempo)

 

Insight

Questa nuova comprensione cui si accede tramite l’insight, in realtà è antica come la storia. La concezione di Bohm dell’insight coincide, infatti, con il termine intuizione, che in quanto tale è nota e descritta nella storia della filosofia fin dai primordi. Con l’avvento del pensiero scientifico moderno la ragione nel suo tentativo di individuare il certo ha scalzato l’intuizione, universalmente riconosciuta come strumento di conoscenza del vero.

Il nuovo paradigma olistico emerso inseguito alle più recenti acquisizioni della fisica moderna propone di riconsiderare i metodi della scienza fondati su di un’esclusiva ricerca riduzionistica di certezze limitate al mondo della materia e di ampliare i metodi e i campi di indagine per comprendervi l’intuizione in quanto strumento d’elezione per l’accesso a verità ultime e principi universali. Le certezze della scienza materialistica, infatti, come abbiamo visto, si rivelano sempre più inconsistenti oltre che limitate di fronte ai panorami che si schiudono d’innanzi agli occhi dei ricercatori

D’altro canto la voce della Filosofia perenne composta dai saggi di tutte le epoche e di tutte le tradizioni recita un canto inequivocabile che si dimostra sempre più in sintonia con i verdetti che la materia invia ai ricercatori che la indagano.

La visione transpersonale si propone come veicolo di mediazione tra i metodi di ricerca del certo e le vie di accesso al vero, invita al recupero e alla valorizzazione dell’intuizione, realizzabile mediante l’esperienza interiore di ordine trascendente, come strumento di indagine della realtà.

Stiamo infatti vivendo un’epoca di transizione, un’epoca molto speciale.

Un’epoca nella quale, il paradigma meccanicistico che ha caratterizzato fin qui il cammino della scienza sta lasciando il posto al nuovo paradigma olistico. E quel che più conta, per la prima volta nella storia, sta affermandosi una visione in grado di unificare trascendendole polarità che hanno attraversato i millenni contrapponendosi con dinamiche conflittuali e spesso violente. Per meglio comprendere la portata   del processo che stiamo vivendo e la vastità delle sue implicazioni che si estendono di gran lunga oltre l’ambito psicologico, percorreremo insieme un viaggio a ritroso fino a varcare la soglia dei confini della storia raccontata dove, tra le nebbie indistinte degli albori della coscienza, sembrano svelarsi le origini di polarità come materia/coscienza, razionalità/intuizione, olismo/riduzionismo. Potremo così lasciare che il mutamento di paradigma in corso ai nostri giorni perda la sua connotazione attuale per stemperarsi nel gioco cosmico degli opposti e ricomporsi nel dove senza spazio e nel quando senza tempo del mondo archetipico dove gli opposti si unificano in un processo dinamico di complementarietà: tenere o lasciare, controllare o affidarsi, fermarsi o fluire, dentro oppure oltre. Estasi o ragione, coscienza o scienza, condivisione o dominio.

 

La rivoluzione archeologica

Alcune rivoluzioni, come vedremo, si sono consumate nel secolo appena trascorso, portando acqua al mulino del paradigma olistico e della visione transpersonale, gettando luce sul mondo della materia, aprendo nuovi orizzonti sulla via della conoscenza, indicando percorsi di riunificazione tra antica saggezza e scienza moderna. Una di queste, forse la meno nota, si è consumata negli ultimi decenni facendo emergere ai nostri occhi le vestigia di un mondo perduto e soprattutto la testimonianza di un’epoca contraddistinta da una cultura radicalmente diversa da quelle che hanno attraversato i millenni di storia a noi nota. Si tratta della cosiddetta rivoluzione archeologica secondo le parole dell’archeologo inglese James Mellaart dovuta alla scoperta di siti archeologici risalenti al Neolitico un po’ ovunque in Europa e nel bacino del Mediterraneo, in Anatolia come in Palestina. Il mondo perduto in questione è quello dell’Europa Neolitica dove sembra fossero diffusi il Culto della Dea e una cultura che Riane Eisler definì Cultura della Condivisione.

Così come le acquisizioni della fisica moderna hanno fornito al paradigma olistico le coordinate per nuovi modelli epistemologici che includessero la coscienza, il grande dimenticato della ricerca scientifica, orientata unidirezionalmente verso la materia, allo stesso modo le recenti scoperte archeologiche hanno fornito contributi antichi ma straordinariamente attuali per nuovi modelli sociali che sappiano fare della condivisione, il versante scordato della storia, il loro punto di forza.

Così come l’esperienza interiore d’ordine spirituale, la visione unitaria di un mondo dinamico ed interconnesso costituiscono le fondamenta sulle quali la psicologia transpersonale ha costruito la sua identità allo stesso modo la cultura della condivisione ne rappresenta la cornice sociale di riferimento.

Come l’impresa di Colombo ci svelò un nuovo straordinario mondo, così le scoperte dei nuovi siti archeologici del Neolitico e l’utilizzo di tecnologie d’indagine più avanzate ci hanno rivelato l’esistenza di una storia prima della storia nella quale l’uomo per millenni aveva vissuto in pace.

Si tratta di un periodo di diverse migliaia d’anni, approssimativamente tra il 7000 ed il 3500 a.C. durante il quale si verificò un progresso costante in tutte le tecnologie di base su cui si fonda la civiltà, si svilupparono un’organizzazione sociale evoluta, un fiorire d’arti e mestieri specializzati, si crearono complesse istituzioni religiose e statali, si lavorarono i metalli, si elaborarono rudimentali forme di scrittura e soprattutto si visse in pace e prosperità nel culto della Dea. Culto che, come vedremo, rappresenta l’espressione della religione primordiale della natura presso le popolazioni dell’Europa sud-Orientale, definite dalla Eisler Antichi Europei.

Le scoperte dei siti archeologici di Catal Huyuk e di Hacilar in Anatolia così come degli insediamenti di Vinca, Butmir, Petresti, Cucuteni, ci svelano in modo inequivocabile una civiltà dell’Antica Europa che parlava come scrive l’archeologa Marija Gimbutas, il linguaggio della Dea.

Un linguaggio che sembra fosse parlato da ogni manifestazione del vivente. Nel neolitico infatti, nell’antica Europa, la religione era vita e la vita religione, la religione della Grande Dea che personificava l’unità fondamentale del creato.

 

Due visioni del mondo

Ecco pertanto il culto della Dea, la mente estatica dello sciamano, la visione panteistica per la quale esiste un’unità fondamentale del creato che unifica in un’unica corrente di dinamismo le pietre, i vegetali, gli animali e l’universo intero, demoni e divinità compresi, affiancarsi alle religioni antropomorfe dei conquistatori nomadi dalle quali originarono poi le grandi religioni monoteistiche. Ecco sovrapporsi all’immagine del ferro e del fuoco, del cavallo e delle bevande fermentate l’immagine delle pietre verso l’alto, delle danze alla luna, del sacrificio riverente alle manifestazioni della natura, le divinità del mondo parallelo.

Riecco la polarità archetipica ricomporsi nella religiosità delle origini. Da un lato le religioni morali che tendono a domare la natura, dall’altro una religione estatica che tende ad armonizzarsi con essa. Da un lato le religioni antropocentriche dei conquistatori organizzatesi poi nel cristianesimo, islamismo, ebraismo, ecc., dall’altro le religioni primordiali dei conquistati: lo sciamanesimo, e le sue varie elaborazioni successive quali, lo shivaismo, il dionisismo, il sufismo, il tantrismo, ecc.

 

Paradigmi

La rivoluzione dei quanti

L’inizio della fine per il modello meccanicistico Newtoniano fu segnato dalla scoperta dell’elettromagnetismo nei primi anni del secolo diciannovesimo quando le ricerche di Faraday e Maxwell dimostrarono l’esistenza di campi di forza delineando così un universo percorso da interazioni e onde a diversa frequenza piuttosto che retto da urti di corpi fisici mossi dalle forze della meccanica. Dovette però passare quasi un secolo prima che Einstein, nel 1905, scuotesse alle fondamenta e irrimediabilmente l’antico pensiero scientifico. I principi espressi dalla sua teoria della relatività dimostrarono che lo spazio non è tridimensionale e il tempo non è lineare, ma che spazio e tempo sono intrinsecamente connessi in un continuum tridimensionale. Di conseguenza ogni fenomeno osservato dipende dalla posizione dell’osservatore, la nostra esperienza è determinata dal modo col quale la osserviamo, da ciò che ne pensiamo.

Con Einstein la nuova scienza e la gnosi sciamanica si ritrovano: “Il mondo è ciò che sogni” della saggezza arcaica riecheggia nei laboratori di ricerca.

Nel 1915, inoltre, egli elaborò la teoria generale della relatività per la quale la materia altro non è che un campo dove l’energia è particolarmente concentrata. Le geniali teorie di Einstein aprirono la strada alla cosiddetta catastrofe ultravioletta. Catastrofe perché costituì la definitiva incrinatura nel sistema concettuale del paradigma newtoniano-cartesiano. Studiando alcuni dati sperimentali che non coincidevano con le correnti teorie della fisica, Max Planck formulò l’ipotesi dei quanti, vale a dire che l’energia non fosse continua ma si propagasse in quantità discrete.

Nel breve volgere di una generazione la rivoluzione dei quanti trovò applicazioni e conferme da parte di personaggi quali Albert Einstein, Niels Bohr, Louise de Broglie, Edwin Schroedinger, dando vita alla fisica quantistica la quale, con le sue stravolgenti acquisizioni, distrusse alle fondamenta l’edificio su cui si fondava la scienza classica. Il modello planetario della fisica quantistica dimostrava l’esistenza all’interno dell’atomo di un nucleo e di minuscole particelle di materia che si muovono velocemente nello spazio vuoto. Proseguendo nella loro indagine gli scienziati si imbatterono nella natura paradossale della materia. Essi videro che le particelle che stavano indagando a volte apparivano come particelle a volte come onde. Bohr descrisse questo fenomeno paradossale con il termine Principio di Complementarietà e lo attribuì alla imprescindibile interazione tra l’oggetto dell’osservazione e l’atto di osservare. Interazione che Heisenberg descrisse nel celeberrimo Principio di Indeterminazione che sancisce l’impossibilità di interferire con l’universo senza modificarlo. Questo è quello, risponde il maestro Zen alle domande del discepolo, questo è quello risponde la natura allo scienziato che la indaga in profondità.

Ai fisici quantistici in definitiva si svelò un mondo dove l’energia, il calore emanato dai termosifoni, le onde radio, la luce del sole, è costituita da minuscole particelle, particelle che però, in realtà, non esistono. A livello subatomico, gli elementi costitutivi fondamentali della materia presentano una natura estremamente mutevole tale per cui non si può dire che esistano con certezza in un luogo, ma piuttosto che presentano una propensione ad esistere. Tutte le particelle quando si cerca di osservarle si modificano, si tramutano in altre particelle oppure scompaiono nell’energia e da questa ricompaiono sotto diversa forma. E per di più sappiamo che questo avviene continuamente ma non possiamo determinare con esattezza dove e quando avvenga. Le particelle possono essere contemporaneamente onde, non onde fisiche però, come quelle del suono, ma bensì onde di probabilità. Onde quindi che non rappresentano probabilità di cose ma probabilità di interconnessioni. Indagando la natura pertanto i fisici si sono sentiti rispondere: se mi vuoi comprendere devi cambiare la tua mente. Come può infatti la mente duale abituata a separare per conoscere, a fermare e classificare, a ragionare in termini di oggetti materiali e leggi deterministiche di causa-effetto comprendere un universo fatto non di cose ma di avvenimenti, di percorsi di probabilità; non di sostanze concrete ma di reti interconnesse di eventi sinergici che comprendono sempre, inequivocabilmente anche l’osservatore che osserva.

Come può la nostra mente ordinaria abituata a guardare l’orologio e ad orientarsi nello spazio tridimensionale comprendere, ad esempio, il Teorema di Bell che afferma, sostenuto da prove matematiche che le particelle subatomiche sono connesse tra di loro in un modo che trascende lo spazio e il tempo, così che qualsiasi cosa avvenga ad una particella influisce su tutte le altre. Il teorema di Bell, enunciato per la prima volta nel 1964 trascende anche la teoria della relatività ed il dualismo onda/particella dimostrando sperimentalmente che le “connessioni non locali” tra le particelle avvengono fuori dal tempo, con effetto immediato. Connessioni non locali dimostrate peraltro anche dal famoso Esperimento EPR (Einstein-Podolsky-Rosen), un esperimento mentale eseguito con due elettroni rotanti il quale dimostrò che il comportamento di una qualsiasi parte è determinato da connessioni non locali con il tutto.

Come se non bastasse il verdetto della fisica a demolire i presupposti di un mondo scientifico che ha basato per tre secoli le sue conoscenze sulla credenza che l’osservatore fosse un’entità separata che poteva interagire con l’universo senza per questo modificarlo, nello stesso periodo il giovane matematico Kurt Gödel dimostrò matematicamente che la verifica oggettiva non può essere garanzia di veridicità. Il suo teorema divenne noto come il “Teorema di Incompletezza di Gödel” e può essere considerato la rigorosa dimostrazione matematica di come qualunque sistema logico abbia almeno una premessa che non può essere provata o verificata senza che si producano delle contraddizioni.

“Tu in realtà non esisti”, recita il saggio Indù, “Tutto scorre” ribadisce Eraclito, “Ricordati che devi morire” ammonisce il buddismo, sottolineando l’impermanenza di tutte le cose; la scienza dopo millenni conferisce validità alle parole dei saggi, parole che attendono pazientemente orecchie che le intendano.

E siamo così pervenuti alla questione centrale che sta alla base di ogni mutamento di paradigma, il cambiamento della coscienza, vale a dire del modo di fare esperienza, di conoscere. Il nuovo paradigma è infatti, prima di tutto, il frutto di una nuova comprensione che nasce dalla necessità dell’uomo di scienza di rispondere alle richieste che emergono dalla natura indagata in profondità. Risponde all’esigenza di declinare la conoscenza secondo la nuova visione per la quale non siamo parti separate dell’intero ma siamo l’intero.

Gli ultimi quattro secoli sono stati contraddistinti dal predominio della ragione, ma per affrontare il mondo così come si svela grazie alle recenti acquisizioni della fisica la ragione non basta più. È necessario per lo scienziato, tornare a Canossa e attingere alle conoscenze della filosofia perenne che da millenni recita più o meno inascoltata il suo messaggio di saggezza: “La verità sta oltre la mente”. Riecco allora antiche tradizioni spirituali e fisici moderni, filosofi del passato e psicologi odierni ricompattarsi sull’esigenza di accedere ad una nuova comprensione che restituisca a res extensa e res cogitans l’unità che gli era stata espropriata, che riaffermi la centralità dell’esperienza interiore in ogni cammino di conoscenza, che riesumi dai sotterranei della storia le dimensioni della coscienza, il “versante scordato”.

 

Un incontro

I tempi però sembrano maturi per il cambiamento, il lento ma inesorabile affermarsi del nuovo paradigma non piove infatti dal cielo ma si realizza con il contributo di “scienziati con l’anima”, uomini e donne di buona volontà” che cominciano ad avvertire di avere perso qualcosa per strada, cominciano a fermarsi e a rivolgersi dentro

E dentro, il linguaggio della dea, intatto attende nuove orecchie alle quali recitare il suo canto di unità e condivisione.

Dentro, mentre il progresso tecnologico parcellizzava il sapere attribuendo al medico la giurisdizione sul corpo, al sacerdote quella sullo spirito, allo psicologo quella sulla psiche, mentre la cronicizzazione della fretta ci spingeva a rincorrere bisogni sempre più fasulli e mete sempre più improbabili, mentre l’avidità ci faceva saccheggiare il pianeta delle sue risorse, prosciugare la madre terra del suo sangue, mentre la sete di potere ci metteva gli uni contro gli altri impoverendo i più e arricchendo i pochi, la mente non vista dello sciamano, ha  continuato, nei secoli, a recitare, seppur inosservata il suo canto bizzarro.

A tutt’oggi la si incontra agonizzante nelle tribù confinate alle periferie del mondo. La si intravede, maldestra, nei riti profani delle moltitudini urbane, gaia, nella follia lucida di profeti e viandanti, impaziente nella smania estatica di artisti visionari, grezza nel dissenso di giovani inquieti, politicizzata nella militanza anti-globalizzazione, presente a se stessa nell’ormai vasto mondo dei ricercatori spirituali di fine millennio.

La si incontra, come vedremo, tra le componenti principali della psicologia transpersonale e di quella realtà composita che sta venendo definendosi come il nuovo paradigma olistico.

E’ importante però comprendere, ed è il caso di sottolinearlo dopo aver tracciato un quadro non proprio edificante della storia dell’umanità, che la nuova visione non vuole demonizzare una delle due polarità a vantaggio dell’altra, ma ritiene che le due vadano integrate in un ottica di complementarietà e non contrapposizione. Per esempio, la visione transpersonale non combatte le grandi religioni ma opera per la valorizzazione della tradizione mistica inerente ad ogni cammino spirituale, non combatte la ragione ma ne suggerisce la trascendenza in un sistema più ampio che la comprenda. Non nega, come è evidente, la validità di un approccio materico alla malattia che asporti un tumore o sostituisca una valvola cardiaca, ma vuole affermare a gran voce con intenzione di essere ascoltata che la cura non inizia e non finisce con l’intervento chirurgico o con i farmaci.

Lo psicologo transpersonale ha ben chiaro come l’adesione ad un paradigma non stia a significare l’adesione ad un’ideologia in modo dogmatico o fondamentalista, ma bensì la condivisione di un linguaggio col quale spiegare il mondo e di un punto di vista dal quale guardarlo. Significa in definitiva prendere coscienza della mappa che usiamo per orientarci nei territori dell’esperienza. Il confronto tra le diverse mappe dovrebbe rappresentare lo strumento dialettico per arrivare ad utilizzare la mappa più funzionale ad un determinato viaggio.

Di fronte alle polarità della storia: progresso tecnologico e spartizione del mondo tra vincitori (lo scienziato d’occidente) e vinti (lo sciamano del sud del mondo), dominio economico e minaccia ambientale, materialismo sfrenato e insoddisfazione psicologica la visione transpersonale non vuole riproporre il mito del buon selvaggio indugiando nell’atteggiamento romantico che vuole gli occhi chiari appartenere allo sciamano e la mente piena allo scienziato. Essa si ricorda, però e vuole ricordarci di ricordare che, grazie a Dio, la mente non vista dello sciamano ha continuato ad accompagnare l’umanità nella sua giornata evolutiva, la dea madre, prevaricata e dismessa dagli dei maschili dei conquistadores di ogni tempo non ha mai cessato di elargire la sua numinosa radianza agli uomini e alle donne di buona volontà e no.

La psicologia transpersonale consapevole che, come ritiene il filosofo della scienza Thomas Kuhn, i  modelli e le credenze scientifiche hanno il potere di forgiare la percezione e condizionare il campo di ricerca, considera il nuovo paradigma olistico, non come una dottrina alla quale aderire ma bensì, semplicemente lo strumento più adatto per declinare l’esperienza di un mondo che appare sempre più contraddistinto da campi di coscienza e interconnessioni di ritmi piuttosto che  urti tra singole particelle di materia.

Lo psicologo transpersonale ha ben chiaro che la nostra esperienza è determinata da ciò che pensiamo dell’esperienza che viviamo; per questo la sua disponibilità e il suo invito è di guardare oltre i confini delle parole e delle definizioni. La psicologia transpersonale ed il nuovo paradigma, in realtà sono solo parole, concetti che vogliono definire un modo di stare nel mondo, un modo come tanti. Un modo che a noi pare funzionale ad affrontare il mestiere di vivere agli albori del terzo millennio del calendario Cristiano.

Lo psicologo transpersonale opera per la trascendenza di stereotiopi e la realizzazione, prima di tutto dentro di sé, di un incontro. L’incontro tra lo scienziato dagli occhi chiari che non liquidi la figura dello sciamano come semplice residuato preistorico e pre-scientifico, e lo sciamano moderno che non voglia negare la conoscenza intellettuale ed il progresso come frutto inevitabile di quella cultura del dominio perpetrata per secoli dall’uomo bianco nei confronti del naturale e dell’istintivo. Il movimento transpersonale vuole essere strumento di divulgazione e di aggregazione di quel profondo processo di trasformazione in atto negli ambiti culturali e scientifici, di un sempre più vasto movimento di studiosi, scienziati, intellettuali, artisti ed operatori della salute che si stanno muovendo in direzione a questo incontro.

 

P. L. Lattuada M. D., Psy. D., Ph. D

 

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